Testimonianze

Una testimonianza legata a Santiago
Santiago-Compostela
Tu chiamale, se vuoi, emozioni…

Per tanta parte di vita ho diffidato delle mie emozioni. Le ho credute nulla rispetto alla volontà e alla determinazione – queste si che fanno la differenza! – per come, da piccolo, avevo appreso in famiglia.

Impegno e fatica, onesta fatica, erano tutto ciò che contava.

In un contesto, quello dell’entroterra siciliano, in cui la mela non riesce mai a cadere davvero lontano dall’albero e dove, spesso, “felicità” fa rima più con “illusione” che con “possibilità”, in barba ad ogni regola fonetica.

Sembrava ci fosse una sorta di diffidenza verso ogni sentire. Non solo attraverso le orecchie, come mamma omertà insegnava, ma anche attraverso tutto quanto il corpo, attraverso la “bipede” storia di ciascuno.

Anche – forse, soprattutto – la vita spirituale risentiva di questo ‘gelo’ intimidatorio. E dire che in Sicilia, di gelo vero, anche nelle relazioni, sembrerebbe essercene poco.

Ma, a ben guardare, cosa si nascondeva dietro le funeree maschere che seguivano la statua di Maria Addolorata in processione? Si, forse anche la voglia di cambiare, ma certamente di più la richiesta di una “cristiana rassegnazione” alle “cose della vita”.

Il fatto. L’anestesia degli affetti. Poi, la loro valutazione.

Una sequenza ben ordinata, un protocollo rigido. Pieno di buon senso.

Fatto sta che ho dovuto attendere i 30 anni e i 300 Km di Santiago de Compostela, per capire che il mio corpo è luogo di Rivelazione.

Esattamente: non uso il termine ‘Rivelazione’ al modo “gossipparo” della cronaca, ma al modo conciliare proprio della Dei Verbum n.2: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura”.

Al terzo giorno di cammino, alle prese con le mie vesciche, sentivo il gruppo discutere animatamente su cosa potesse significare “saltare” una tappa.

“E’ scorretto! Io voglio farla tutta a piedi!”

“Ma hai 38 di febbre!!”

“Non si discute: io devo…”

Quell’“Io devo…” come un boato mi aveva rintronato.

Per giorni mi ero scagliato contro i runners che affollano il cammino senza zaino e col tipico stile di chi nasconde un solo obiettivo: affollare di foto il proprio profilo Facebook.

Ma, in fondo, che differenza c’era tra uno di noi, tirati fuori dai nostri  corpi e dalle loro evidenti possibilità, e loro, i runners, tirati fuori dal luogo presente per vivere in un altrove virtuale?

“La carne vive di presente”, iniziai a ripetermi.

Quante volte avevo fatto della mia vita una pentola a pressione, posta tra il fuoco degli obiettivi e il coperchio dei rigidi codici morali, rispetto ai quali mai, in fondo, io ero stato all’altezza?

E quante volte avevo chiamato Dio il fuoco dei miei obiettivi?

E quante volte avevo chiamato Dio quel coperchio della morale?

Cristo aveva trascinato Dio nella carne perché la salvezza non fosse il risultato di una magia, ma il procedere in una relazione. E io, che ero più che Dio, questo non lo avevo mai accettato: la salvezza doveva stare fuori dalla carne e fuori dalla storia. La pretendevo da un altrove verso cui avevo il dovere di tendere e la ‘spremevo’, a suon di “meriti”, nella gabbia di un copione, grottesco e disincarnato, che avevo il dovere di interpretare.

E in mezzo a questo mare di cose che si ‘dovevano’, avevo perso di vista il soggetto di ogni azione possibile: io.

Chi ero? Dov’ero? Cosa sentivo?

Mentre Cristo si poneva in ascolto della mia umanità, io mi ero preso il lusso di rinunciare ad ascoltare!

La stampella della volontà, del resto, mi aveva condotto fin lì: utile strumento per una parte lunga di vita. Ma era arrivato il tempo di metterla da parte.

Mi avventuravo, timoroso come un bambino che inizia a gattonare, su una nuova via, che mi lasciasse in ascolto del fiume di vita che sentivo scorrermi dentro, che non demonizzasse ciò che è immagine e somiglianza del Creatore e che, anzi, mi permettesse di scorgerne meglio le orme.

Ho imparato che vivo davvero quando resto in ascolto della vita, non quando mi educo a comprenderne il significato: vivere non è il risultato di un processo educativo. Non è un copione da eseguire, ma il-fiume-di-te, con le sue rapide e i suoi tratti più placidi.

Ho iniziato a fidarmi delle emozioni, dei feedback che il mio animo – e non soltanto “la mia anima”…  – e il mio corpo mi restituiscono innanzi alle esperienze: ho iniziato a fidarmi di me.

In questo modo ho realizzato che Rivelazione non è movimento discendente che da Dio muove verso l’uomo. Ma moto realmente circolare, alla maniera tomista, in cui, pro-vocato alla vita, l’uomo rischia la sua personale risposta a Chi lo ha plasmato: la Rivelazione è completa solo nella risposta che  il mio stesso vivere è.

Non esisto fuori da questa risposta e fuori dalla storia che con questo corpo scrivo, giorno dopo giorno, innanzi a Lui che mi interroga, che mi inquieta e mi consola.

Il dono di un bel tramonto sarebbe nulla senza il mio sguardo che vi trova riposo, né l’abbraccio della donna amata avrebbe senso se non fosse respiro stesso per l’amato che la avvolge.

Insomma: la Rivelazione non è un “in-sé”, ma un “in-me”. Addirittura, un “in-noi”.

Ed è lieta la scoperta di continuare a vivere secondo i precetti e le norme di sempre, che, ora, non tengo più in luogo di giudici, ma che, sgorgando dal profondo della mia corporeità, diventano moltiplicatori di gioia e catalizzatori, acceleratori, per ‘metabolizzare’ e superare le fatiche. Eppure, esteriormente, neppure una virgola è andata perduta. Adesso, però, non sono più il risultato di una imposizione forzata.

E così gli obiettivi che mi preme raggiungere: non traguardi da tagliare, frutto di ‘onesta fatica’, ma tappe di una lineare evoluzione di un processo che, attraverso anse e cascate sempre nuove, tagliando valli e attraversando terre che, tante volte, mai avrei immaginato, giunge al mare aperto.

La tentazione di ridare corda al volontarismo, al Dio-dovere, ogni tanto si fa di nuovo forte, e, in tutta onestà, a volte, parrebbe semplificare le cose.

Ma dura poco tempo: comincio a fiutarne l’odore di naftalina sempre più velocemente.

Salvo Collura